
Suor Cristina, la Rai e gli 80 euro di Renzi al tempo delle vacche magre
Che, per motivi non solo culturali, le vacche nel nostro Paese non siano sacre è fin troppo risaputo. Ma, al di là di ciò, sono grasse o magre? Pur in violazione del principio aristotelico di non contraddizione, non si può tuttavia non affermare che esse appaiano grasse e magre allo stesso tempo. Meglio: sono grasse per i pochi che ne succhiano, poppano e pappano il latte dalle turgide mammelle, e sono invece magre per i molti che, come se fossero dei condannati (non hanno più nemmeno la forza di opporre, di denunciare la loro Not!, la loro indigenza), oltre a suggere ben poco da quelle tumide poppe, debbono per di più continuare a lavorare terre sempre più dure e aride al fine di poter foraggiare quelle vacche umili e silenti (neanche loro emettono più il loro verso lamentoso: Mühe!), il cui siero nutriente verrà nuovamente ingurgitato dai figli di quei pochi. Una volta, al tempo della Corsa - era una delle prime forme di competizione commerciale istituite dal capitalismo in Occidente - c'erano i rematori, i quali, anch'essi condannati dalla storia, dovevano mandare avanti quei galeoni e quei velieri sui quali gli Stati si facevano la guerra in mezzo all'oceano, talora anche, anzi spesso e volentieri, con l'ausilio di pirati e di rinnegati. Ebbene, è ancora ammissibile definire questo mondo di vacche false-grasse e false-magre, di corsari succhiatori e di condannati succhiati, di prede e predatori, di macellai e macellati, di rematori e di rinnegati (pensiamo soprattutto al bel saggio di Lucetta Scaraffia sull'identità occidentale), è ancora legittimo ritenere questa Weltanschauung dell'inciucio fatto di ciucciatori e ciucciati, di fregatori e fregati, di vittime e carnefici, insomma si può parlare di questa attuale manifestazione dell'ineliminabile bellum omnium contra omnes, come di una democrazia? Ma non è nemmeno una oligarchia, vorremmo dire ad alcuni storici come Canfora. È piuttosto una monarchia. E solo apparentemente costituzionale. In realtà è assoluta. Anzi, ultra. Peggio ancora, direbbe Aristotele: è una tirannide. Non però intesa come declinazione della monarchia, ma come perfezionamento del dispotismo. Tutte e quattro le forme di degenerazione monarchica considerate dallo Stagirita sembrano peraltro, mutatis mutandis, adattabili anche alla nostra Repubblica, nel senso che sembrano delle degenerazioni della Repubblica italiana. Proprio a questa tirannide corrotta ci ha fatto ripensare l'altra sera (sabato 7 giugno) il bel programma di Alberto Angela sulla Rai, Ulisse. Il piacere della scoperta, raccontandoci la storia, meravigliosa e segreta, stupefacente e orribile, di Parigi. E fra le tante cose caratteristiche di questa città, che è un po' il cuore pulsante della storia, si è vista, attraverso una fiction, anche la ghigliottina, che funzionava a pieno ritmo durante la rivoluzione in Place de la Révolution (chiamata poi Place de la Concorde, dopo il complotto termidoriano, con la fine del Terrore) decapitando (senza alcuna sofferenza per i condannati, garantì il dottor Guillotin) sovrani inetti e corrotti, nobili antirivoluzionari, reazionari di ogni risma. Ma, a proposito della Rai, Agnese Palmieri, una lavoratrice di questa azienda pubblica italiana e una dei 31 firmatari della lettera inviata il 7 giugno a Repubblica, dice che i lavoratori di questa azienda si sentono umiliati e avviliti per il modo in cui vengono trattati, per gli sprechi, per la scarsa qualità di tanti prodotti Rai, e per l'ingerenza della politica. Ecco perché si oppongono al «prelievo forzoso» di 150 milioni di euro dalla loro azienda, soldi richiesti dal governo per riempire le casse dello Stato. Per fare cassa, come si suol dire! In modo da poter consentire - osserva giustamente Giovanni Valentini sullo stesso quotidiano - anche l'esborso dei famosi 80 euro. Ciononostante essi continuano a "credere nel servizio pubblico". E, com'è facile notare, si tratta di una protesta e di un malcontento le cui ragioni sono quelle stesse che riguardano tutti i settori dell'impiego pubblico, a partire dall'istruzione e dalla sanità. Ora, il senso di tutto ciò ci suggerisce che non dobbiamo meravigliarci se a The Voice l'altra sera, giovedì 5 giugno, su Rai Due, anziché uno dei due giovani talentuosi in cerca di fortuna (di un lavoro), ha vinto suor Cristina. Infatti, se questa giovane suora ragusana, dalla voce intonata, ma senza nulla di così straordinario e miracoloso, è stata portata, di puntata in puntata, in finale, è perché si voleva solo aumentare gli indici d'ascolto; il che, tradotto in termini economici, significa per la Rai un corrispondente aumento degli introiti pubblicitari. E ciò, dunque, al solo fine di recuperare almeno una parte di quell'esborso di 150 milioni di euro. Un fine che, ovviamente, diremmo a Francesco Merlo, vale ben un «velleitario e patetico» Padrenostro recitato in diretta dalla sola sorella siciliana nella televisione di un libero Stato laico. Più inciucio di così! Ma non era forse questo il messaggio 'marxiano' che, attraverso l'elemento sentimentale, Giuseppe Tornatore aveva affidato a La migliore offerta? A The Voice, con suor Cristina, si è invece sfruttata la componente sovrastrutturale religiosa. Anche perché, come dissi u monaco a badissa - recita un vecchio proverbio siculo - senza sordi nun si canta missa!
Ivrea, 9 giugno 2014 Franco Di Giorgi
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