Non sono d'accordo con il signor Sergio Guadagnolo (Corriere della Sera, lettera del 9 aprile), secondo cui è priva di logica la spiacevole coincidenza che si trovano a dover subire i giovani maturandi, i quali in questi intensissimi giorni d'aprile sono costretti a impegnarsi contemporaneamente su due fronti, quello dell'esame di Stato e quello della prova dei test per accedere alle facoltà a numero chiuso. Ora, senza voler indugiare sulla confusione che questa ben precisa 'scelta politica' inevitabilmente genera negli studenti, e dunque sulle conseguenze demoralizzanti, demotivanti e alla fine devastanti che essa può avere su coloro che dovrebbero rappresentare il futuro del Paese, una logica invece, in questa decisione politica e del tutto razionale esiste e come, ed è ormai impossibile non coglierla: è quella che ha come unico fine - proprio al contrario di quanto hanno sempre e programmaticamente annunciato tutti i Ministri della Pubblica Istruzione (o, che è lo stesso, della Distruzione Pubblica), dalla Riforma Berlinguer in poi, dal 1996 fino a i nostri giorni - la delegittimazione e lo smantellamento della scuola pubblica, a cui si è messo mano in maniera sempre più decisa, almeno da quella data. Nel suo famoso resoconto sul sapere nell'età postmoderna (La condition postmoderne, 1979), Jean-François Lyotard, da vero filosofo, si limitava ad osservare che l'incidenza delle trasformazioni tecnologiche avranno una forte incidenza sulle funzioni del sapere, sia nella ricerca che nella trasmissione delle conoscenze. A pagina 98 della traduzione italiana (Feltrinelli), egli afferma ancora: «Ma ciò che pare certo, è che in ambo i casi la delegittimazione ed il prevalere della performatività suonano a morte per l'era del professore». Se così fosse, come sembra che in effetti sia, non sarà allora che tutti quanti gli abitanti della scuola vivono da almeno un ventennio inconsapevolmente da moderni postromantici in un'avanzata epoca postmoderna?
Ivrea, 10 aprile 2014
Franco Di Giorgi
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